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L’UTOPIA DELLA REGIONE SALENTO

di Paolo Pagliaro

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utopia regione salento.

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“La nascita della democrazia è legata al pensiero utopico: UTOPIA, infatti, contrariamente al significato attribuitole dal linguaggio comune, non è un progetto perfetto e quindi irrealizzabile, bensì una proposta concreta per la costruzione di una società giusta.

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Il progetto utopico si pone, dunque come testimonianza di coraggio civile e di speranza in un domani migliore, indicando di volta in volta ai popoli la strada verso l’emancipazione.

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L’utopia è il progetto della Storia e noi non vogliamo rinunciarea questo, anzi abbiamo a cuore il sogno di poter cambiare il Paese facendolo diventare un Paese normale dove il merito, il talento, e il lavoro possono bastare per raggiungere il successo e dove sia facile governare un territorio e una comunità in maniera seria, coerente e vantaggiosa per tutti”.

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IL CONCETTO STORICO GEOGRAFICO DI SALENTO

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Il Salento è innanzitutto una realtà geografica, definita da sempre sulla cartografia internazionale e le mappe territoriali; ma è anche un organismo culturale ed economico che anticipa l’attuale dibattito sull’utopia di una Regione Salento , da considerarsi probabilmente un progetto della Storia. Alla base di tutto ci sono le origini storiche della terra salentina che si rintracciano, per antica convenzione nell’epopea della Messapia, la terra tra i due mari.
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Cartina storica Salento.

La civiltà messapica e il successivo condizionamento culturale della cosiddetta Magna Grecia (periodo ellenistico) hanno predisposto il terreno per una più consapevole e moderna identità sociale e territoriale del Salento, che rappresenta una geografia a se stante rispetto al resto della Puglia. Nella Storia e nella geografia, infatti, non esiste la Puglia, esistono le Puglie ; e la scelta dell’unica regione con capoluogo Bari è sempre apparsa agli occhi dei salentini un indirizzo politico ideologico in distonia con il contesto socio culturale e storico di riferimento.
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Anche sul piano della morfologia geografica e non soltanto della cultura e della storia, il Salento si impone come realtà a se stante. L’essere penisola protesa tra due mari ne faceva territorio “ a parte”, “luogo altro”. Una visione satellitare della Puglia chiarisce facilmente l’esistenza di una sub regione con caratteristiche totalmente diverse, tanto da renderla naturalmente ascrivibile in un contesto di diversa estensione. Pianura e bassipian i e formazioni calcaree sono una nota distintiva di una terra che si riconosce  della sua autonoma visione geografica, primo elemento per stabilire i confini e il contorno di una regione.
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La politica avrebbe dovuto tener conto di tutto questo, ma inspiegabi lmente non lo ha fatto. Come a dire che a un certo punto il destino della civiltà avesse intrapreso un corso innaturale e forzato.
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Parliamo di una vicenda che affonda le sue radici nella storia remota, quando a più riprese è riemerso forte l’anelito all’autonomia amministrativa del territorio di Lecce, Brindisi e Taranto, l’antica e indimenticata Terra d’Otranto.
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cartina terra otranto.
La questione della Regione salentina, cioè di un territorio che aveva un proprio ruolo nel contesto della Puglia e perciò meritevole di ottenere una propria autonomia, fu ben presente nella prima metà del secolo scorso anche in autorevoli uomini della cultura meridionale e di quella parte della cultura pugliese per così dire libera e autonoma sul piano intellettuale.
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Una delle prime certificazioni documentali e storiografiche della consistenza politico amministrativa della Regione Salento deriva dallo scritto del principe Apostolico Orsini dal titolo “La penisola salentina costituisce una regione”. Volume antesignano di ben altre opere che attestano lucidamente il fondamento storico, culturale e geografico che fa da sfondo al progetto di autonomia regionale della Terra d’Otranto.
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E, ancora, Gaetano Salvemini, identificando il Salento con l’antica provincia di Lecce e questa con la “Terra d’Otranto”, riconosceva che questa era una “regione naturale” distinta nettamente dalla Terra di Bari e dalla Capitanata. Sempre Salvemini si ribellava all’idea che si potesse attuare in Italia un autonomismo alla rovesci a e cioè creare le regioni per legge da parte dei “signori che stanno a Roma”.
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Anche il fondatore del Partito popolare Don Luigi Sturzo ebbe modo di confrontarsi con la questione affermando che in materia di Autonomie regionali e di Mezzogiorno, “Il Salento costituisce indiscutibilmente una regione, perché oltre ad essere circoscritta naturalmente, è una vera unità specifica di lingua, di storia, di costumi, di affinità, di interessi…”.
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Il Parlamento italiano non rimase escluso dal dibattito che in Salento emergeva e si faceva sempre più accorato. Illustri intellettuali e politici con l’on. Giuseppe Grassi e l’on. Vito Mario Stampacchia ripresero, in tempi e modalità diverse, la questione della centralità di Lecce quale
capitale della terra d’Otranto e del ruolo strategico del Salento nell’assetto dell’amministrazione statale.
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Si andava delineando un movimento di pensiero vivace sul piano dei contributi intellettuali e culturali ma privo forse di quella organizzazione strutturale che, al contrario, avrebbe potuto facilitare il raggiungimento del risultato, ovvero l’autonomia della Regione Salento.
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Non meno significativa nel tempo della Costituente e negli anni del secondo dopoguerra l’azione di un altro illustre studioso. La figura politica più eminente che prese a cuore la battaglia per l’istituzione di una regione salentina autonoma fu senza dubbio Giuseppe Codacci Pisanelli, statista e letterato figlio del Salento, personaggio a cui si lega indissolubilmente la creazione dell’Università di Lecce e al quale il
Movimento Regione Salento di Paolo Pagliaro ha pensato di dedicare l’intitolazione dell’ateneo, con una campagna di sensibilizzazione e un’istanza proposta in forma condivisa alle amministrazioni locali e agli enti territo riali di riferimento.
Nell’Università degli Studi, fra i tanti illustri studiosi, discepoli di Codacci Pisanelli in tanti hanno sposato la causa dell’autonomia regionale del Salento.
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Fra questi il noto avvocato Nicola Flascassovitti il quale nel 1946 scriveva che “spesso le regioni comprendono territori e genti completamente distinte, anzi opposte tra loro. È possibile ignorare che Lecce, Brindisi e Taranto hanno una propria storia, una propria tradizione, una lingua propria, oltre che interessi, costumi , economia in comune, diversi, distinti e sovente opposti alle rimanenti popolazioni e territori della Puglia e cioè Terra di Bari e di Capitanata?”.
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La mancata istituzione della Regione Salento in quello storico anno non impedì comunque a Nicola Flascasso vitti di continuare negli anni successivi la sua costante ed appassionata attività intesa a richiamare l’attenzione dei responsabili della Cosa Pubblica sul problema della autonomia del Salento: tanto con articoli sui giornali quanto con interventi confere nze, dibattiti e iniziative culturali.
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Fra i grandi nomi della Cultura salentina spicca quello dell’attore Carmelo Bene, intellettuale di sopraffina creatività artistica. Egli dice che “non esiste la Puglia, ci sono le Puglie. Nasco in Terra d’Otranto, nel sud del sud dei santi. Mettere insieme Bari e Otranto sarebbe come dire che Milano e Roma siano la stessa cosa…”.
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Concetto ripreso successivamente da un grande politologo pugliese. “La Puglia non esiste… è una congettura”, ha scritto lo storico e giornalista Marcello Veneziani nel suo libro intitolato SUD.
“La Puglia non è una regione ma un condominio di province, repubbliche o principati: c’è una bella differenza tra dauni e messapi. E tra San Severo e Otranto c’è molta più distanza che tra San Severo e Roma”. Ciò spiega chiaramente le premesse espresse finora.
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L’AUTONOMIA TRADITA E L’AUTONOMIA POSSIBILE

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Il Salento ha sempre avvertito questa spinta interiore verso l’autodeterminazione e di recente ha colto la felice intuizione con l’orientamento che si erano dati nei primi anni 2000 i presidenti delle tre province di Terra d’Otranto sperimentando un dialogo operoso con il marchio Grande Salento. Purtroppo, anche in questo, tutto è rimasto relegato nell’angolo delle buone intenzioni.
Le province non hanno avuto né la forza né il peso specifico per condizionare gli assetti e le prospettive di sviluppo dei territori e la pretesa di crescita a tutto tondo del Salento rimane utopia senza la presenza di un sistema governativo regionale in linea con l’avvento del federalismo
moderno.
Agli inizi degli anni 2000 i presidenti delle Province di Brindisi Lecce e Taranto hanno pubblicamente sostenuto la legittimità di un’istanza di autodeterminazione territoriale che si può sintetizzare in brevi a ssunti programmatici che hanno avuto risonanza mediatica.
L’ex Presidente dell’amministrazione provinciale di Taranto Gianni Florido così si è espresso: “Io penso, se non vogliamo essere ipocriti, che il tema c’è, non è che non ci sia, se pensiamo che la somma di Taranto, Brindisi e Lecce è di un milione e 800mila abitanti e se pensiamo che in Italia le Regioni… un milione e 800mila abitanti è più grande delle Marche, più grande della Basilicata, più grande di tante Regioni
italiane.
Quindi questo vuol di re che forse basterebbe andare a rileggere quello che scrisse Codacci Pisanelli, questo grande salentino, questo leccese, professore universitario e grande intellettuale, quando arrivò alla Camera la proposta della Regione Salento, poi fu bocciata. Però se rileggiamo le ipotesi di Codacci Pisanelli quelle ragioni ci sono tutte. Infine, quale era la ragione, noi siamo troppo marginali, in Puglia ci puoi arrivare su delle direttrici di marcia storiche che si fermano a Bari, se devi venire nel Salento, ci devi venire, devi scegliere di venirci. Allora noi dobbiamo conquistare con i baresi, con i foggiani non come salentini, queste battaglie, questo ogni giorno convincerli che bisogna fare le ferrovie anche da noi, che per gli aeroporti abbiamo dovuto fare batta glie terrificanti, il porto di Taranto che ancora non parte, allora mentre faccio un esempio per Bari si spende, la Regione dà un miliardo e 260 milioni di euro per infrastrutture per lo sviluppo, noi come Salento ne prendiamo 200milioni. Se guardiamo questo, le ragioni per dire una Regione Salento, non sarebbe una iattura, assolutamente no, ha tutte le motivazioni.
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Poi io insisto, si arriverà a questo?. Non lo so se si arriverà a questo, certo che se non si trovano le ragioni in Puglia, perché questa diversità, questo essere tacco, non è un problema solo orografico, di rappresentazione, è un problema serio, perché, non ho capito, l’alta velocità si deve fermare a Bari, è inaccettabile. Io quello che ho sentito dire da Moretti, lo considero terrificante, Moretti dice: “Ma noi l’alta velocità la portiamo dove ci sono i passeggeri”, ma è esattamente il contrario, tu devi portare qui l’alta velocità, perché arrivino i passeggeri, se non porti l’alta velocità e ti fermi a Bari, allora la salentinità, questa ipotesi di Regione Salento, cioè la Regione della vecchia Terra d’Otranto troverà sempre più forti sostenitori in maniera direttamente proporzionale alla disattenzione che la Regione Puglia pone a questi temi”.
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Sulla stessa linea l’omologo di Brindisi Massimo Ferrarese che palesò il suo interesse per il progetto del Movimento di Paolo Pagliaro: “…
capisco perfettamente l’obiettivo del Presidente del Movimento Regione Salento, Paolo Pagliaro a voler ottenere una regione. Perché? Qual è l’obiettivo. È comune a tutti noi. Siamo molto in simbiosi con Pagliaro sotto questo aspetto. Perché lui vuole questo? Per dare di più alla nostra gente e perché non ci sia un bari-centrismo che l’ha fatta da padrone per decenni. Se daremo più competenza a questa provincia, che abbiamo già risanato sotto molti aspetti, io sarò sicuramente contento e soddisfatto di governarla ancora meglio. Se dovessero, chiaramente un domani, abolire la provincia di brindisi, a quel punto credo sia giusta la Regione Salento. A quel punto se dovessi fare ancora politica sarei il primo, quindi sarò il primo a dare un aiuto al Movimento”.
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La storia recente ha fatto in modo che, almeno per la prima parte, le cose siano andate proprio così, con l’abolizione delle Province così come la conosciamo attraverso il ddl Delrio.
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Dello stesso avviso il presidente della Provincia di Lecce Antonio Gabellone sostenendo che “È evidente che in una Regione come la nostra, così estesa in lunghezza, in un territorio come il nostro, così composito in termini di Comuni estesi lungo una disposizione che interessa diversi chilometri ci sono delle differenze enormi. Allora è evidente che se tutto ciò dovesse portare di fatto alla eliminazione delle Province, a questo punto in una Regione come la nostra, a mio avviso pensare a una Regione che comprenda Lecce, Brindisi e Taranto, quindi alla possibilità che ci possa essere la Regione Salento, non credo che sia un’idea fuori    dall’interesse, che vada oltre l’interesse del territorio, sarebbe esattamente ciò che è necessario per il territorio stesso”.
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L’istanza, come si è visto, non solo arriva da lontano ma ha trovato recenti motivazione e argomentazioni condivise da autorevoli  rappresentanti della pubblica amministrazione.
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Un’onda che infrange le rigide posizioni di certa politica e che trova seguito nelle espressioni di un altro autorevole amministratore, l’ex presidente della Provincia di Lecce Giovanni Pellegrino, fine giurista e noto per aver guidato la commissione parlamentare sulle autorizzazioni a procedere e l’immunità.
Dice Pellegrino: “se dovessimo continuare ad avere delle Province debolissime allora tanto vale abolirle e cominciare a ragionare nell’ottica che forse la Puglia è una Regione troppo grande. Quell’idea sulla quale mi sono detto sempre molto perplesso, della Regione Salento, potrebbe acquisire una sua logica, in un’ipotesi di soppressione delle Province. Avere, quindi, un’unica macro Provincia a questo punto, con l’idea di innalzarla a Regione, diventerebbe più logica”.
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Parole chiare ed inequivocabili, specificate in maniera ancor più determinante da una altro ex presidente di provincia, Michele Errico, omologo di Pellegrino ai tempi dell’utopia del Grande Salento. Secondo il notaio Errico solo il Salento può favorire lo sviluppo del Salento stesso: “mentre noi, Lecce, Brindisi e Taranto, possiamo determinare con maggiore efficacia ed efficienza ciò che è meglio, Bari non lo può fare perché il nostro sistema deve essere, per Bari, misurato su altri sistemi, quello barese e quello foggiano. Ecco perché un protocollo d’intesa fra i tre presidenti di Provincia non è sufficiente nei confronti di una Regione che è sorda, ma è sorda non perché vuole esserlo, ma perché non può fare di più in quanto gli interessi configgenti nella regione sono tali e tanti da lasciare quasi le briciole in questi territori esaltando invece altri. Quindi questa è una rivoluzione.”
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Il dato emergente, pertanto, oggi più che mai, riguarda l’urgenza di sottrarre i territori delle province di Brindisi, Lecce e Taranto alla marginalità geografica subita in questi anni di preminenza “baricentrica” delle politiche di sviluppo con una costante disattenzione che ha esasperato i contorni sociali ed economici della questione meridionale, dando vita ad una questione salentina. Esiste, infatti, un’assurda dinamica nelle Puglie (non a caso le Puglie). Il Salento rappresenta un pezzo di storia messapico-magno greca ed un polo attrattivo sempre crescente per il turismo eppure il Salento nelle sue componenti imprenditoriali e politico amministrative un isolamento crescente.
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L’omogeneità culturale e la fusione di esperienze storico-antropologiche che in passato hanno costituito la Terra d’Otranto oggi meritano di cogliere l’opportunità del federalismo. Già al momento della formazione delle Regioni, in seno all’Assemblea costituente dell’Italia repubblicana, Codacci Pisanelli aveva segnalato l’opportunità dell’istituzione della Regione Salento.
Ma a prevalere, nello scorrere di una sola notte, furono altre decisioni che, di fatto, cancellarono il Salento dando vita alla Puglia. Un concetto territoriale poco adatto alle ragioni storiche, sociali e culturali dei territori di Lecce, Taranto e Brindisi.
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Ragioni emergenti e sopravanzanti il resto della regione sul piano musicale, culturale, architettonico, archeologico, turistico, naturalistico, balneare, agricolo, teatrale, cinematografico. Ragioni alle quali non corrisponde una coerente azione di sostegno e valorizzazione dai centri decisionali che contano, quelli che determinano lo sviluppo e che hanno dalla loro il potere legislativo.
Ecco, perché l’istituzione di una regione salentina autonoma non è una fantasia, ma un progetto possibile, soprattutto indispensabile.
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stemma regione salento

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LA REGIONE VIRTUOSA

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Il progetto intende ribaltare quelle distorsioni che per troppo tempo hanno penalizzato le vocazione di crescita del territorio. Prima fra tutte riagganciare il Salento all’Italia e all’Europa. Rendere il territorio fabbro del proprio destino, cogliendo l’occasione del federalismo. Il Salento non è una terra povera, come errone amente si ritiene, ma una terra dotata di risorse a tutti livelli: risorse storico-artistiche, architettoniche, naturali, paesaggistiche sulle quali è possibile far leva per produrre ricchezza: Fino a oggi tuttavia le scelte dei governi pugliesi non lo hanno consentito. Non solo per cattiva volontà degli amministratori che si sono avvicendati, ma per la difficoltà oggettiva ad amministrare un territorio così esteso, difficile da controllare e da conoscere. La Puglia è, infatti, la regione più lunga d’Italia e d’Europa, un gigante che non consente la pratica della buona amministrazione. Parliamo di un’amministrazione di prossimità più vicina e ragionevolmente aderente al territorio e alla comunità che vive ed opera al suo interno. Va ricordato che il peso economico del Salento è di tutto rispetto. Nel «tacco d’Italia» si realizza il 43,2 per cento della ricchezza prodotta dalla Puglia ed è presente circa il 44 per cento del reddito disponibile. Le province di Lecce, Taranto e Brindisi danno lavoro a poco meno del 44 per cento degli occupati in regione ed ospitano il 41 per cento delle imprese. Senza considerare che il Salento attrae quasi il 50 per cento dei 3,1 milioni di turisti che villeggiano in Puglia. Il Salento potrebbe avere tutte le carte in regola, se fosse una regione, dotata di poteri e autonomia decisionale, per ottimizzare le politiche di gestione della cosa pubblica secondo la visione di una nuova governance.
Per questo, però, occorrono alcuni minimi accorgimenti: si deve fare in modo, per esempio, che le tasse delle multinazionali e dei grossi gruppi industriali e imprenditoriali vengano pagate qui per porre fine al lungo saccheggio e innestare così un percorso virtuoso. Stando alle simulazioni progettuali messe a punto negli ultimi anni dal Movimento Regione Salento, la nascita della Regione Salento porterebbe con sé l’eliminazione di 98 consiglieri provinciali, 32 assessori, 3 presidenti provinciali, 3 difensori civici, di una moltitudine di società partecipate, enti di sottogoverno, Ato, Agenzie e Fondazioni varie per far posto a 21 consiglieri regionali (oggi i Salentini in regione sono ben 31), 6 assessori e un Presidente.
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La strada per la creazione della Regione Salento è naturalmente in salita. Nonostante l’efficace attivismo del Movimento Regione Salento, le adesioni trasversali all’iniziativa giunte da esponenti politici pugliesi di primo piano – tra cui spicca il nome di Francesco Schittulli, influente presidente della provincia di Bari, che ha sposato appieno il progetto del Movimento Regione Salento e ha più volte espresso la necessità che la Puglia sia divisa in due Regioni: “Ritengo sia necessario che la Puglia sia divisa in due Regioni: la Regione Salento formata da Brindisi, Lecce e Taranto e la Regione Federiciana formata da Bari, Foggia e Bat”.
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cartina salento diviso.
Nel merito ben 72 dei 146 comuni delle province di Lecce, Brindisi e Taranto si sono espressi a favore del progetto. Pesano gli scandali alla Regione Lazio e le inchieste che rischiano di travolgere molte altre regioni, ma soprattutto il fatto che il coacervo di poteri forti e interessi Bari-centrici,  addentellati a funzionari e dirigenti della Regio ne Puglia, ancora di più che ai politici di turno, continuerà a lavorare contro la possibilità di vedere nascere la Regione Salento. Il pagamento dei tributi in loco da grandi gruppi industriali, della grande distribuzione, delle banche, delle infrastruttu re turistiche e delle tante altre aziende che producono sul nostro territorio, ma i cui ricavi milionari vengono tassati a beneficio del Nord o addirittura di altre nazioni del mondo, consentirebbe l’inversione di un modello che ha penalizzato lungamente la nostra economia.
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Il dato economico interno sarebbe non solo consistente ed autosufficiente, ma addirittura indice di ricchezza. Nell’ottica di una Regione Salento, un federalismo fiscale che si potrebbe definire “genuino”, abbinato ad una gestione autono ma e dunque non Bari-centrica, consentirebbe di realizzare le infrastrutture e un modello di sviluppo del Salento in linea con le nostre vocazioni. Un percorso che parta da una nuova Regione insomma: il Salento.
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UN NUOVO REGIONALISMO

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La posizione geografica del Salento può diventare, con una nuova regione, una risorsa straordinaria e non una penalizzazione.
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Il Salento, infatti, non è periferia dell’Impero, ma centro del Mediterraneo, di un nuovo mondo che si sta affacciando all’Europa e all’Occidente e che ripercorre il percorso di civilizzazione storica a partire dall’antichità e dal tempo di Roma imperiale. Certo, le regioni nascono in un contesto, quello degli anni ’70 del Novecento, nel quale il quadro socia le ed economico dell’Italia era profondamente diverso da oggi. Dopo 40 anni dall’istituzione delle Regioni la democrazia ha mostrato i segni di una evidente mutazione del rapporto tra cittadino e apparati dello Stato, nei suoi diversi livelli.
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Le autonomie locali assumono, quindi, una sempre maggiore forza in virtù della emancipazione dei poteri dello Stato in senso federale; il cammino delle autonomie, però, è informato dalla crescente affermazione di identità locali che chiedono attenzione e considerazione nell’organizzazione dei nuovi modelli politici federalisti. Ecco perché quello della Regione Salento sarebbe un modello virtuoso da esportare, senza sprechi, fuori dai privilegi e lontano da tutto quel corredo pericoloso di enti e carrozzoni inutili.
.L’idea della Regione Salento si innesta in un progetto riformista e regionalista di un’Italia non più formata da 20 Regioni, spesso disomogenee e pensate solo sulla carta, alcune cancellate con un colpo di spugna, pur avendo ragione di esistere nella Storia, come nel caso del Salento.
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Il sistema regionalista ha bisogno di una riforma seria ed efficace, magari utilizzando lo schema progettuale messo a punto dalla Società Geografica Italiana in collaborazione con il Movimento Regione Salento riguardante 31 regioni di dimensioni ottimali, ognuna con la propria autentica identità culturale; regioni efficienti e prossime al cittadino. Ognuna delle quali è chiamata a valorizzare la propria identità,le proprie risorse in termini di ricchezze culturali ed economiche e a corrispondere le proprie vocazioni. Da quanto narrato brevemente emerge chiaro che la strada è già segnata, occorre adesso forza di volontà e una strategia programmatica, ecco perché ci pare utile, se non addirittura  indispensabile, riproporre un modello di alleggerimento amministrativo capace di dare fiato e speranza ai territori. Innanzitutto partiamo dalle fondamenta, ovvero dalla riduzione delle micro realtà comunali che non hanno alcuna possibilità di incidere sullo sviluppo dei territori e che spesso, in virtù di una rappresentanza campanilistica, producono solo inutili costi alle tasche dei cittadini.
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Partendo dall’accorpamento dei comuni con meno di 5000 abitanti, si avrebbe un risparmio notevolissimo da monetizzare in servizi generali a servizio delle realtà municipali così più significative. Ma il punto centrale della grande riforma sarebbe il cambio di rotta verso un regionalismo di tipo federale e di stampo europeo che prevede 31 nuove regioni tutte uguali, di dimensioni ottimali, virtuose e prossime al cittadino, con l’opzione sacrosanta del Senato delle autonomie federali. La Camera alta così diventerebbe un motore di rappresentanza territoriale composto dai presidenti delle nuove regioni, chiaramente eletti dai cittadini, e da 4 senatori (sempre eletti) per ogni nuova regione. Una rappresentatività politica omogenea e capillare per il territorio e un numero ridotto di rappresentanti, comunque eletti dal popolo, al fine di evitare che le istituzioni italiane si trasformino in blocchi di garanzia per i partiti che nominano i loro adepti. Si tratta del prospetto principale di una nuova architettura istituzionale sostenuta da una riforma unica, pensata per tutelare i cittadini e migliorare la qualità delle vita degli italiani, anche in ragione del loro rapporto con le istituzioni democratiche.
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Se è vero che l’Europa ci giudica soprattutto per le riforme, allora bisogna fare in modo che la riforma sia organica e complessiva, non fatta di cento o mille tentativi di aggiustamento e adattamento dello status quo.
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La riforma deve avere il carattere della novità assoluta e il potenziale per il cambiamento reale.
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Fondamenta le a questo punto il “fattore 31” ovvero un modello di coerenza istituzionale e amministrativa nell’ottica di un equilibrio sociale e territoriale. L’obiettivo centrale resta quello della riduzione dei costi della spesa pubblica e il benessere di tutti i cittadini non come previsto dal ddl Delrio che con le città metropolitane condannerà molti all’inferno e altri più fortunati in paradiso.
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La Pubblica Amministrazione deve scegliere su quali organismi puntare, perché la debolezza del Paese è dipesa in tutti questi anni proprio dalla frammentazione delle sue istituzioni. Centri di potere, di governo e sottogoverno, di Stato, sottostato e parastato che hanno solo prodotto privilegi ad alcuni e limitato la libertà di tutti.
Perché non c’è vera liberta in uno Stato che produce sprechi, perché non c’è bisogno di mille apparati che sono stati inventati ad arte per le fortune dei soliti noti. Sulla spinta del rinnovamento e gli impulsi forniti dalla spending review, che non è un fatto esclusivamente italiano, si potrebbe pensare alla concentrazione su base neo-regionale ad esempio delle Camere di Commercio o delle stesse prefetture. Ogni nuovo distretto regionale vedrebbe la presenza degli organi territoriali di riferimento.
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Italia delle 31 regioni
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Ciò significa che a fronte di 31 regioni in Italia si potrebbero avere 31 Prefetture e altrettante Questure, per finire poi all’elenco di tutte quelle strutture provinciali che con l’abolizione delle Province dovrebbero seguire coerentemente la stessa sorte, senza tuttavia estinguersi del tutto,
entrando piuttosto nella visione neo regiona lista che prevede il fattore 31.
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fattore 31 regioni
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Questo varrebbe per le Agenzie delle Entrate, le Camere di Commercio, l’Archivio di Stato, Archivio notarile Distrettuale, la Ragioneria dello Stato, le Unità territoriali ACI e la Motorizzazione Civile. Perdute le Province, eliminate del tutto o esautorate del loro potere di rappresentatività/territoriale, così potrebbe avvenire, quindi, per molti altri organismi di chiaro stampo provinciale immaginando invece una struttura unica, di raccordo operativo, più adatta alle necessità delle nuove regioni anche in questo caso di 110 strutture ne rimarrebbero 31.
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È chiaro che parliamo sempre di nuove regioni, perché sopprimere le unità provincia li accorpandole all’attuale capoluogo regionale sarebbe una rovina. Se ciò dovesse avvenire in Puglia sarebbe un’autentica tragedia per il Salento, una sciagura in più da aggiungersi alle tante che già vedono il Salento e i salentini penalizzati ed estrome ssi dai centri decisionali. Tutte quelle organizzazioni, quei carrozzoni maldestri e pachidermici, immaginati per assecondare le mire espansionistiche di soggetti politici che non hanno soddisfatto per intero le loro ambizioni con gli strumenti democratici , dovrebbero naturalmente sparire. “Pochi enti ma buoni” deve diventare il concetto portante dell’Italia 2.0. Un’Italia in grado di correre alla pari fra Sud e Nord, senza distanze e meccanismi perversi.
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Piace l’idea, lo sappiamo, perché tutti ripetono queste cose, anche se a volte in maniera disarticolata, ed è per questo motivo che oggi non è più dato a nessuno di scherzare e di giocare a carte con la vita dei cittadini.
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Siamo il Salento